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«Attualità della memoria» pubblicato il nuovo volume della collana Ricerche&Studi

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Le musiche etniche, si sa, sono come le querce: fusti imponenti retti da radici solide, forti e profonde. Alle spalle ci sono storie di millenni. Il jazz, al contrario, ha radici piccole, mobili e sensibili, come quelle di una pianta acquatica. Alle spalle sì e no un secolo di storia. Eppure le parentele fra questi due ambiti musicali sono numerose e individuabili in parecchi elementi. L’improvvisazione, evidentemente, ma anche e soprattutto il rifiuto dell’idea di voci “educate” che connota la musica classica (come se fossero educati i sentimenti che si debbono esprimere), e più in generale, come ha ben scritto Daniel Soutif, «di norme troppo rigide e tecnicistiche per avere qualcosa a che vedere con l’arte». E poi, sia nel jazz che nelle musiche etniche, i confini sono fortunatamente labili, il che contribuisce a tener viva la loro creatività.

Così accade sovente, ciclicamente, che il jazz si rivolga verso i patrimoni musicali popolari per trarne ispirazione, alimento, e quel senso di “verità” di cui, magari, si è temporaneamente smarrita la nozione. Ed è un patrimonio senza fine, perché tale lo rende la vaghezza della trasmissione orale.

Uno dei primi jazzisti ad includere nella sua musica forme e modi etnici (orientali nello specifico) fu probabilmente Charlie Mariano. Ma, in precedenza, si possono rintracciare quei sapori nella musica di Charles Mingus, Django Reinhardt, Tony Scott, nel Max Roach di “We Insist!”, in certo Ellington, nel tardo Coltrane, in Albert Ayler, Pharoah Sanders e in innumerevoli altri capolavori della storia del jazz. Un elenco, pure limitato alle sole personalità eccelse, sarebbe interminabile: la Brotherhood of Breath, Gato Barbieri, Abdullah Ibrahim, John McLaughlin, Randy Weston, Yusef Lateef, Danny Thompson, Jim Pepper, l’AEoC (e la Brass Fantasy di Lester Bowie), gli Oregon, Mike Westbrook, Trilok Gurtu, il trio Sclavis-Texier-Romano (e gran parte dei temi composti da quest’ultimo: a loro modo canti di un emigrante), alcuni progetti di Joe Zawinul, Roswell Rudd, Ernst Reijseger, Steve Lacy, o del “colto” Michel Portal (e perché Monk sentiva il bisogno di suonare Abide With Me?).

Verso la fine degli anni Settanta alcuni musicisti europei, che già avevano una personalità ben definita, l’hanno ulteriormente precisata assecondando una sorta di “nordica propensione al canto”: su tutti John Surman e Jan Garbarek.

Ma se guardiamo più al sud del continente, come negare che l’irresistibile senso della melodia di un Enrico Rava o di un Paolo Fresu non abbiano a che fare anche con l’etnos? Pur limitandosi all’Italia, dunque, sono una pletora i musicisti che si sono abbeverati alle fonti della musica etnica: Marcello Melis prima di tutti (ma volendo possiamo risalire a Gorni Kramer o al Quartetto Cetra, veri antesignani del genere), Mario Schiano, Antonello Salis, Gianluigi Trovesi, Franco D’Andrea, Paolo Damiani, Rita Marcotulli, Maria Pia De Vito, Daniele Sepe, Giorgio Gaslini, Gaetano Liguori, Eugenio Colombo… Così, i suoni dei sassofoni e delle batterie si sono mescolati con quelli delle launeddas, dei tamburelli e degli organetti, ampliando non solo l’universo dei colori ma quello del pensiero, dando sostanza viva alla nota affermazione del grande etnomusicologo Diego Carpitella per cui «il jazz è un modo secondo il quale un qualsiasi materiale musicale può essere suonato». Una constatazione che lascia aperte abbastanza porte e finestre per far entrare l’aria, che è sempre salutare. Si può semmai notare che spesso nell’arte le cose interessanti avvengono giusto lungo i confini; trovo affascinanti le scogliere che separano il mare dalla terra, le catene montuose che separano le valli (confinanti); meno suggestivo il mezzo della pianura, dove tutto è uguale a tutto.

“La pénurie est rassurante”, la penuria è rassicurante, scriveva molti anni fa Jean Baudrillard. E aveva ragione: meno possibilità di scelta abbiamo, più siamo sollevati dalla responsabilità e dall’imbarazzo, appunto, della scelta. Se invece il campo di gioco è praticamente sterminato, come nel caso del jazz e delle musiche etniche, ci tocca selezionare, ragionare, scegliere… È quanto si è fatto in questo volume: attraverso una serie di ricerche e testimonianze dirette, si è cercato di focalizzare alcuni aspetti specifici, di reperire alcune boe cui agganciarsi in un mare di possibilità. E lo si è fatto soprattutto con il metodo della testimonianza diretta, interpellando musicisti che hanno voluto scavare nel rapporto che intrattengono coi loro luoghi di provenienza, e verificare le affinità con altre culture di comune retaggio. Protagonisti di produzioni discografiche e concertistiche che hanno affrontato il tema da vari approcci, focalizzando su materiali tematici, tecniche strumentali, o semplice interpretazione di un “sentire” popolare. 

Questi artisti, di orientamento molto diverso fra loro, hanno scelto di abbandonare la routine, che in italiano sarebbe la viuzza, il vicolo, per imboccare una strada più ampia; usciti dalla pur fascinosa mainstream, la corrente principale del fiume, hanno deciso di superare lo sbocco al mare, avventurandosi a navigare il vasto Mediterraneo, riportandolo alla sua vocazione di luogo di scambio e comunicazione.

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